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Il benessere è più importante del lavoro, così la pensano gli italiani

Il 62,7% dei lavoratori italiani ritiene il benessere personale più importante del lavoro, mettendolo al primo posto nella propria scala dei valori. Sono soprattutto i giovani e le donne a manifestare questa necessità, ma anche i genitori, che in assenza di opportune tutele, preferiscono dimettersi.

L’80% degli italiani non vuole sacrificare il benessere per il lavoro

In un periodo storico in cui il mondo del lavoro sta subendo profonde trasformazioni, il work-life balance, ossia il bilanciamento tra vita privata e professionale, rappresenta una delle principali necessità per i lavoratori.

Secondo l’ultimo Rapporto del Censis, il 62,7% degli italiani ritiene che il lavoro non sia la preoccupazione principale nella loro vita, sottolineando un crescente riconoscimento dell’importanza di bilanciare gli impegni professionali con la vita personale. L’80% dei lavoratori, inoltre, ha espresso il proprio disappunto rispetto all’aver sacrificato i propri interessi a discapito del lavoro.

Dal sondaggio è emersa una consapevolezza sempre più diffusa circa l’importanza del benessere individuale. Questa tendenza si potrebbe ascrivere al contesto globale della “Great Resignation”, un fenomeno che ha preso piede soprattutto dopo la pandemia, concentrando l’attenzione dei lavoratori sul proprio benessere psico-fisico, specialmente tra i più giovani e quelli con famiglie.

La metà dei genitori italiani ha abbandonato il lavoro nel 2023

Conciliare vita privata e vita lavorativa risulta sempre più difficile, soprattutto se si è genitori.

Una recente indagine pubblicata su People Management ha rivelato che nel 2023 il 46% dei genitori ha abbandonato il proprio lavoro o sta seriamente considerando di farlo. Il 40% ha dichiarato di aver preso questa decisione per la difficoltà di bilanciare gli impegni lavorativi e familiari, con una maggiore propensione tra i giovani di età compresa tra i 25-34 anni (45%) e le madri (46%).

Secondo l’Ispettorato del Lavoro, in Italia nel 2022 sono state convalidate 61.391 dimissioni di padri e madri, con un aumento del 17,1% rispetto all’anno precedente. La maggior parte delle dimissioni è avvenuta entro i primi tre anni dalla nascita dei figli, coinvolgendo prevalentemente giovani tra i 29 e i 44 anni (79,4%) e le donne (72,8%) che lamentano una crescente difficoltà di conciliare impegni lavorativi e famigliari.

Maternità e lavoro: mancano le corrette informazioni

Rispetto al tema della maternità, un dato significativo è emerso dal sondaggio “Maternità, Burocrazia e Tempi” realizzato da Zeta Service, che ha coinvolto principalmente neomamme o future madri.

Oltre la metà delle donne ha riscontrato notevoli difficoltà nel comprendere gli step burocratici per la richiesta di bonus, la presentazione della documentazione e per il congedo obbligatorio/facoltativo. Il 90% delle intervistate avrebbe voluto ricevere più informazioni sia da parte delle Istituzioni che da parte delle aziende. Nelle imprese con ufficio HR, il 53% delle lavoratrici non ha ricevuto alcun supporto in tal senso.

Fronteggiare efficacemente le sfide legate alla genitorialità sul luogo di lavoro è diventato un imperativo. “I dati sottolineano l’importanza di affrontare in modo efficace le sfide legate alla genitorialità sul luogo di lavoro, promuovendo politiche e culture aziendali più inclusive e favorevoli alla famiglia” ha dichiarato Debora Moretti, Co-CEO di Zeta Service. “Le parole chiave sono flessibilità e vicinanza: l’azienda deve essere realmente interessata a comprendere le necessità delle sue persone, guardandole e ascoltandole nel loro complesso, in modo da introdurre benefit che possano favorire un migliore work-life balance e avere una maggiore flessibilità, sebbene sia difficile introdurre questo cambiamento di mentalità nel nostro Paese”.

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