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Smart working: il 75% delle aziende italiane ci crede, ma c’è ancora molto da fare

Se durante la pandemia lavorare da remoto era diventato indispensabile, ora che abbiamo superato l’emergenza sanitaria e si torna negli uffici, lo smart working è ancora una soluzione in crescita? I dati dell’Osservatorio Future of Work dedicato allo Smart Working di Radical HR e PHYD (Gruppo Adecco) dicono di sì, ma ci sono grosse differenze fra Nord e Sud e in base alle dimensioni aziendali.

Smart working, Rimassa: “Il lavoro è davvero smart solo se è per obiettivi”

Sempre più aziende si sono strutturate proponendo ai propri dipendenti di lavorare in modo ibrido: in parte in ufficio e in parte altrove. Purtroppo però sono ancora poche le imprese che confondono l’hybrid work con lo smart working. Lavorare da remoto, non significa infatti lavorare in modo “smart”. Su questo tema ci confrontati con Alessandro Rimassa, Founder e CEO di Radical HR, la prima edtech company italiana verticale sul mondo HR che, oltre a occuparsi di formazione, indaga lo stato dell’arte del mondo del lavoro e delle risorse umane in Italia, con un occhio rivolto al futuro.

L’indagine sullo Smart Working di Radical HR e PHYD mette in evidenza come ben il 75% delle aziende italiane creda in questo modo di lavorare. Ma le differenze fra Nord e Sud sono enormi. Come mai il Paese sta procedendo sul tema a due velocità?

In fatto di smart working stiamo procedendo a velocità diverse, non solo tra Nord e Sud, ma anche tra aziende più grandi e Pmi. Il motivo è perché manca una cultura del lavoro costruita in maniera diversa dal passato. Non si hanno meccanismi per dare obiettivi precisi alle persone (che siano mensili, settimanali, giornalieri) e poi misurarli. Quindi rimane l’idea che se stai in ufficio stai lavorando, se non stai in ufficio non stai lavorando. E non c’è nulla di più falso.

Il lavoro agile richiede una nuova cultura della gestione dell’impresa. Dove viene meno un cultura di impresa basata sull’assegnazione di obiettivi, come spesso accade al Sud e nelle imprese più piccole, lo smart working fatica.

Il 30,8% delle aziende che credono nello smart working lascia massima libertà nella scelta delle giornate. Siamo di fronte a una crescente fiducia nei propri dipendenti?

Sì, nel senso che lo smart working presuppone un rapporto di fiducia dell’azienda nei confronti dei dipendenti e dei dipendenti nei confronti dell’azienda. Un rapporto costruito su qualcosa che non è l’orario di lavoro, ma appunto, il raggiungimento di obiettivi o, in taluni casi, l’esecuzione di precisi task. Quindi, ogni volta che troviamo un’azienda che è orientata a strutturare lo smart working troviamo un’azienda che pone la fiducia al centro dei suoi valori. Io credo che in generale oggi fiducia e trasparenza siano due valori ormai imprescindibili per le aziende.

La fiducia nelle proprie risorse prevede che si abbandoni la logica del controllo e si introduca un sistema di lavoro orientato alla misurazione dei risultati. Le aziende italiane sono pronte per un salto di mentalità così disruptive rispetto al passato?

Assolutamente no. Sono molto sincero su questo. Nel senso che anche le aziende più orientate a politiche di smart working, spesso non hanno sistemi strutturati per la gestione degli obiettivi. La questione è che si considerano gli obiettivi ancora come qualcosa legato alla performance e a un meccanismo premiante. Invece vanno adottati metodi per riuscire a trasmettere e trasformare gli obiettivi strategici aziendali in obiettivi dei singoli dipartimenti, fino a obiettivi dei team più piccoli.

Si tratta di una sfida manageriale enorme, anche culturalmente, perché bisogna ripensare il modo in cui intendiamo il lavoro. In futuro dovremmo anche probabilmente rimettere mano al contratto di lavoro che oggi è basato sull’orario.

Quindi bene che lo smart working si stia diffondendo in maniera crescente, ma non ci basterà quello. Una volta che sarà diventato normalità, dovremo lavorare sulla struttura, sull’organizzazione della relazione tra persone all’interno dell’impresa per avere poi obiettivi più precisi, più organizzati e quindi anche più efficienza ed efficacia del lavoro.

Spesso si usa il termine smart working per indicare il lavoro da remoto. I due concetti non sono però sinonimi. In Italia il lavoro è davvero smart o è soprattutto remote?

In realtà in Italia siamo gli unici a utilizzare il termine smart working per indicare la possibilità di lavorare in parte da casa o in parte dall’ufficio, che invece si dice lavoro ibrido. La definizione corretta di smart working è una, facile e semplicissima: lavorare per obiettivi. Paradossalmente potremmo far venire tutti i giorni le persone in ufficio, ma farle lavorare per obiettivi e quindi faremmo smart working con persone però in presenza. Questo è lo smart working.

L’hybrid working, invece è lavorare da località diverse e interagire tra persone che lavorano insieme da località diverse. Queste località possono essere l’ufficio, uffici in più città, regioni, le nostre case, gli spazi di coworking, in alcuni casi possono anche essere luoghi pubblici.

Il remote working è ancora un’altra cosa: è il lavoro solo da remoto. Ci sono aziende che sono remote first o fully remote, quindi, in cui ogni persona lavora da un luogo diverso, non esiste nemmeno un ufficio.

Cosa secondo te è prioritario introdurre in azienda affinché il talent management sia efficace in questo periodo dove i temi dell’attraction e della retention sono così sentiti?

Dobbiamo introdurre un vero smart working e dobbiamo introdurre delle pratiche di ascolto continuo delle nostre persone, sia dal punto di vista della gestione degli obiettivi, sia dal punto di vista della relazione, con meccanismi di feedback costanti e di analisi organizzata e strutturata per riuscire a comprendere le esigenze e i bisogni delle persone.

Smart working in Italia, i dati sugli scenari presenti e futuri

E dopo l’intervista ad Alessandro Rimassa da cui emerge che c’è davvero ancora molto da fare affinché in Italia il lavoro sia davvero smart, riportiamo alcuni dei risultati più significativi dell’Osservatorio Future o Work sullo Smart working in Italia di Radical HR e PHYD:

75% delle imprese crede nello smart working (la metà ha già una policy, 22,2% ci sta lavorando)

– al Nord le aziende che credono nello smart working sono il 78,5%, mentre al Sud la percentuale scende a 37,5%

– il 25,1% delle imprese lascia ai propri dipendenti totale libertà nella scelta dei giorni in cui lavorare al di fuori dell’ufficio (la percentuale sale a 30,8% fra le aziende che credono nello smart working)

– nel 26,6% delle aziende il numero dei giorni concessi ammonta a due su cinque

la percentuale di aziende che non vogliono concedere lo smart working scende a 13,5% (l’anno scorso era 14,1%)

– Il 92% delle aziende che hanno misurato la produttività in smart working ha registrato un aumento dei livelli produttivi

Quanto alle criticità segnalate:

– il 57,8% delle aziende dichiara che lo smart working rende difficile mantenere un buon livello di engagement delle risorse.

– per il 56,6% è difficile rendere attrattiva l’azienda e trattenere i talenti.

– il 48,5% fatica a trasmettere la cultura aziendale se si lavora a distanza.

Ed è nella gestione di queste criticità che le aziende si giocano oggi la sfida più grande.

Per saperne di più scarica l’intero studio QUI

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