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Lavoro: come riuscire ad essere persona giusta al posto giusto

Intervista al giornalista e scrittore Daniele Salvaggio

Ha fondato Imprese di Talento, società di consulenza strategica in comunicazione corporate e istituzionale, lavora da anni nel mondo della Comunicazione d’Impresa, è giornalista, docente universitario all’Università Statale di Milano e Presidente della Commissione di Aggiornamento e Specializzazione Professionale di FERPI, ma Daniele Salvaggio è anche l’autore del libro “La persona giusta al posto giusto” (Casa Editrice Corbaccio). Una frase che riferita al mondo del lavoro dovrebbe essere legge, ma è sempre così? E come mai a volte nonostante le competenze non si riesce a raggiungere la posizione professionale desiderata? Lo abbiamo chiesto all’autore.

Nel libro “La persona giusta al posto giusto” emerge con forza l’importanza di comunicare efficacemente perché solo con una buona narrazione può far breccia nella mente di un selezionatore o responsabile delle risorse umane. Quali sono gli errori più frequenti nel presentarsi a un colloquio di lavoro?

Non parlerei di errori perché ogni colloquio di selezione ha una propria dinamica che comprende anche una percentuale di imprevedibilità, di conseguenza non esistono regole rigide nell’affrontare una selezione. Certamente è consigliabile prepararsi, prendere informazioni sulla realtà per quale siamo stati chiamati, sul selezionatore, su quello che stanno realmente cercando e verso quali competenze, hard e soft, sono orientati. Poi è utile simulare prima dell’incontro una propria presentazione, per poter affinare la propria efficacia comunicativa in modo da far risaltare i propri punti di forza mitigando gli aspetti, professionali e personali, in cui si ritiene di poter e dover crescere maggiormente. Il momento del colloquio deve essere vissuto come un’esperienza prima di tutto, un momento di dialogo e di confronto tra due persone, al di là dei ruoli del momento, selezionatore e candidato, che si devono conoscere e capire in modo reciproco se possono esserci punti sinergici su cui costruire una possibile collaborazione. Il consiglio è essere naturali, autentici, prudenti ma reali, mostrare se stessi, la propria preparazione professionale e le proprie attitudini personali. Il resto è storia che va scritta colloquio dopo colloquio.

E se a presentarsi a un colloquio di lavoro è proprio un responsabile HR, su cosa dovrebbe puntare la sua narrazione?

Oltre alle competenze specifiche chi opera nel mondo delle HR dovrebbe mostrare una grande capacità di capire le persone prima ancora di aver studiato in modo approfondito le esperienze curriculari. Quindi in termini di narrazione punterei molto sulle competenze trasversali legate agli aspetti di analisi introspettiva nei confronti degli individui. Chi opera nelle risorse umane non deve essere un analista, deve riuscire a capire in modo veloce chi ha davanti e portarlo a conoscere o a riconoscere una consapevolezza che potrebbe essere allineata a ciò che sta cercando oppure no. In quel caso il suo contributo sarà ancora più prezioso: lo avrà aiutato a capire quale percorso intraprendere.

Quanto è importante il personal branding sul lavoro e perché viene trascurato dai molti professionisti?

Si tende a pensare che il personal branding sia uno strumento esattamente come il cv, da attivare al bisogno. Non è così: il personal branding è un percorso di consapevolezza e di narrazione della propria evoluzione personale che “cammina” insieme a noi. Renderlo visibile ci aiuta a costruire un posizionamento corretto e ad essere meglio riconosciuti e cercati.

Essendo coordinatore di un laboratorio all’Università degli Studi di Milano dedicato a chi deve prepararsi all’ingresso nel mondo del lavoro viene spontanea una domanda per chi si trova proprio in quella posizione: quali sono gli aspetti che fanno davvero la differenza?

La differenza la fanno, soprattutto se ci riferiamo ai giovani neolaureati, le attitudini personali, le passioni e le esperienze di vita. Raccontando in modo efficace tutto questo si è in grado di far emergere un brand personale che può suscitare interesse e talvolta essere determinante per essere cercati e scelti dal mercato del lavoro.

I colloqui si fanno sempre più spesso online: è un’opportunità o c’è il rischio di snaturare la forza di un incontro di persona?

Anche in questo caso non esiste una risposta generale, dipende da molti fattori e anche dalla personalità del candidato. È molto probabile che per una persona estremamente emotiva e ansiosa, il colloquio online possa risultare meno preoccupante, anche solo per il fatto che il tutto si svolge dentro la propria comfort zone. L’altra faccia della medaglia è che spesso durante un dialogo a distanza tutto si svolga molto velocemente, senza troppa empatia, quindi si perde quel senso di alchimia e di contatto visivo che talvolta aiuta il dialogo. In ogni caso è fondamentale rimanere concentrati sugli obiettivi ed essere se stessi sempre, anche se si tratta di un video colloquio.

Non sempre la persona giusta è nel posto giusto e non sempre la responsabilità è di chi ambisce a un certo ruolo professionale. C’è qualcosa che non funziona nel mercato del lavoro, a tuo avviso? E come andrebbe cambiato?

Riprendo quello cui accennavo in precedenza, durante un colloquio di lavoro la scelta deve essere reciproca, ci si deve scegliere in modo consapevole. Se ciò non accade prima o poi segnali di insofferenza o insoddisfazione emergono in modo chiaro. Il mercato del lavoro si sta trasformando, oggi le aziende cercano non solo persone esperte con competenze verticali ma desiderano incontrare uomini e donne sicure di se stessi, consapevoli di quello che sono e di ciò che possono dare oltre le proprie hard-skills. Oggi le competenze trasversali contano molto di più che in passato: per questo il personal branding ha un valore aggiunto, perché consente di capire in modo più ampio la persona.

In un recente articolo del tuo blog The Ghost Writer dove parli di employability e valore dei lavoratori, fai riferimento a uno studio della Cgia di Mestre che evidenzia che quasi 6 milioni di occupati risultano sovraistruiti rispetto alle mansioni da loro ricoperte. Quali sono le conseguenze di avere nel proprio organico o di essere dei lavoratori sovraistruiti?

Il rischio è di non comprendere le reali potenzialità di queste persone, sacrificandole a ruoli e compiti che a lungo andare demotivano e invogliano a cercare nuove opportunità. Visto che assumere una persona oggi è un investimento, non solo economico ma anche e soprattutto umano, conviene fare scelte coerenti con i propri reali bisogni e capire le evoluzioni delle proprie persone in modo da farle crescere coerentemente con i propri saperi e le proprie aspettative.

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