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Il lavoro dopo la pandemia? Rischio ripiegamento, “working poor” e difficoltà associate allo smart working

Secondo il recente rapporto Censis sono i giovani, le donne e gli stranieri i più penalizzati dalla crisi. In media 3 famiglie su 10 hanno subito una riduzione del reddito. Preoccupazione sui rischi associati allo smart working

Una recente indagine del Censis intitolata “Il lavoro dopo la pandemia” ha restituito un’immagine tutt’altro che idilliaca dell’attuale situazione del mercato del lavoro e delle sue prospettive future nell’era post pandemica.

Il rapporto ha evidenziato diverse problematiche e criticità, primo fra tutti il rischio del ripiegamento, della rinuncia al lavoro. Nel 2020 sono stati 456mila gli occupati in meno rispetto all’anno precedente (-2,0%), ma a destare preoccupazione è anche l’aumento degli inattivi: 711mila in più. Si tratta di una quota importante della popolazione che non colloca il lavoro nel proprio orizzonte. Fra gli inattivi sono inclusi circa 3 milioni di persone che potrebbero lavorare. Questo segmento è aumentato in un anno di 217mila unità. La ricerca di un nuovo lavoro, spiega il rapporto, è stata scoraggiata da un contesto percepito come troppo complesso per poter essere affrontato con i propri mezzi e con le proprie risorse.

Gli effetti della pandemia si sono fatti sentire soprattutto sui segmenti più deboli: giovani, donne e stranieri. Nel 2020 hanno perso il lavoro 185mila persone con un’età tra i 18 e i 29 anni e sono aumentati di 203mila unità i giovani inattivi. I giovani che non cercano lavoro hanno raggiunto la soglia dei 3 milioni. Per le donne la dinamica è stata di poco migliore. Le occupate si sono ridotte del 2,5%, mentre sono 272mila in più le donne che hanno scelto di non cercare lavoro, arrivando alla fine del 2020 a più di 14 milioni. Tra gli stranieri gli occupati si sono ridotti di 159mila unità e gli inattivi sono aumentati del 15,3% (199.000 in più). Dietro questa categoria si nasconde una quota di lavoro non dichiarato, sono infatti poco più di un milione le famiglie italiane con occupati irregolari e per il 33% si tratta di stranieri.

L’impatto della pandemia si è fatto sentire anche sul reddito delle famiglie italiane, ma si è distribuito in maniera diversa soprattutto in funzione delle restrizioni alle attività produttive imposte dalle misure di contenimento del contagio. Il 5,5% delle famiglie ha visto ridursi il reddito di più del 50% , il 9,1% ha dichiarato una riduzione tra il 25% e il 50%, il 16% una riduzione inferiore al 25%. Il 43,2% dei lavoratori autonomi ha dichiarato invariato il proprio reddito rispetto a prima della pandemia, contro il 66,5% dei lavoratori dipendenti. Se si sommano le famiglie che hanno comunque riscontrato una perdita di reddito, quelle dei lavoratori dipendenti raggiungono il 27,9%, ma la percentuale raddoppia tra quelle dei lavoratori autonomi (54,7%). In media, 3 famiglie su 10 hanno subito una riduzione del reddito.

L’anno del Covid ha condizionato poi fortemente l’andamento del lavoro indipendente, determinando una riduzione complessiva di 158.000 occupati, di cui 59.000 lavoratori autonomi e 38.000 liberi professionisti.

La ricerca ha, infine, misurato i maggiori rischi associati allo smart working secondo l’opinione dei lavoratori. Al primo posto è stata indicata la perdita di socialità garantita dal rapporto diretto e quotidiano con i colleghi (48,8%), segue il dover lavorare in un contesto inadeguato in termini di disponibilità di spazio e di dotazioni (40,4%). I lavoratori interpellati individuano poi tra i rischi, il pericolo di lavorare più a lungo dell’orario previsto e di non poter più controllare il confine tra lavoro e non lavoro (36,3%). Un pensiero va anche all’assunzione dei costi legati alla connessione e ad altri servizi che la postazione di lavoro richiede (29,7%) e alle minori opportunità di crescita professionale e di carriera (22,0%) se il lavoro viene svolto da remoto.

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