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PMI e welfare: se c’è, è solo per i dirigenti

Nonostante la crescita, il welfare è ancora percepito dalle PMI come un mero obbligo, piuttosto che un’opportunità di crescita

Negli ultimi anni, complice la pandemia e una maggiore attenzione nei confronti del benessere dei lavoratori, il welfare aziendale è cresciuto molto. Tuttavia, dalle PMI e dalle microimprese italiane è visto ancora come un obbligo e non è percepito nelle sue importanti potenzialità. È quanto emerso da una recente ricerca promossa da Centro Studi ASSIDIM, che ha coinvolto svariate aziende, diverse per settore e dimensione. Nello specifico, il campione era composto per il 67% da microimprese (ossia con un numero di dipendenti inferiore a 15), riflettendo così l’universo di riferimento costituito dal 95% delle PMI italiane che non superano i 9 dipendenti.

Lo scopo dell’indagine, per l’appunto, era quello di comprendere come il welfare venisse percepito dalle piccole aziende. E la risposta è facile da intuire. La maggior parte delle PMI considera il welfare nulla più di un mero obbligo contrattuale (il 65% non propone benefit aggiuntivi rispetto a quelli definiti nel CCNL di riferimento), e non considera che potrebbe rivelarsi un’ottima strategia di business e un’opportunità di crescita. Le mancate conoscenze e un modello culturale ormai superato fanno da sfondo a questo comportamento, insieme alle difficoltà economiche, sopravvenute in particolare con la crisi sanitaria. Quando si parla di welfare, le PMI tendono ad attuare una politica al risparmio e se c’è riguarda prevalentemente manager e dirigenti.

Con la pandemia, inoltre, molte aziende stanno offrendo servizi assicurativi e di copertura sanitaria ai propri dipendenti. Secondo ASSIDIM, il 50% delle aziende circa si affida alle casse di assistenza per la gestione dei piani di copertura sanitaria, polizze infortuni, caso morte e non autosufficienza. La principale motivazione risiede nel fatto che l’accesso a servizi è economicamente più sostenibile. Tuttavia, anche in questo caso, le politiche di welfare aziendale necessitano di un’ulteriore spinta che provenga sia dal settore pubblico che dal privato. La situazione italiana, infatti, non è delle migliori. Il nostro Paese è ultimo in Europa per quanto riguarda la protezione dei rischi “biometrici”, derivanti da infortuni, malattie professionali, caso morte, invalidità, non autosufficienza.

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